Roma, potevi essere, ma non sei stata

Quando ripenso ai miei anni a Roma mi vengono in mente due fotogrammi in particolare. Non c’entrano nulla Colosseo, Fontana di Trevi o le numerose e bellissime piazze. Parlo di luoghi o viste che ti restano dentro e sembrano scritte a penna indelebile sul tuo diario delle emozioni, pronte a mostrarsi nitide ogni volta che la malinconia si fa strada dentro di te. Anche a distanza di chilometri e anni. Anche quando gli scheletri del passato sono ormai diventati cenere e li conservi con cura dentro un bel vasetto colorato.

Parlo di fermi immagine per me importanti perché hanno fatto da sfondo a tanti momenti belli e a volte un pò complicati. Che mi hanno saputo accogliere tra le loro luci ed ombre, pur non sapendo nulla di me, ragazza di paese capitata chissà come nella magica città eterna. Parlo di istanti e sensazioni ad essi collegate che a ripensarci ora sembrano interminabili o a volte inesistenti.

Nel primo scatto, il famoso  gazometro amato anche da Ozpetek: era la prima e l’ultima immagine delle mie giornate. Era questo che la finestra della mia stanzetta mi mostrava, coi suoi colori che sembravano far spesso pendant con il mio umore. Mentre studiavo, leggevo, sognavo o semplicemente vivevo la mia vita universitaria. Una vista banale forse, eppure io ancora la amo per quella sua poesia semplice, senza pretese, per l’essenzialita delle linee e il suo ordine non troppo definito. Ma più di tutto per quel senso di infinito che un ottavo piano sapeva regalarmi e il suo farmi sentire padrona del mio futuro e certa del mio presente.

La seconda vista è quella che in 5 anni ho fotografato più spesso e ogni volta mi sembrava diversa. O forse ero io che ad ogni passaggio su ponte Sisto non ero più la stessa. Questo angolo ha sicuramente raccolto molte più mie lacrime che sorrisi, soprattutto nell’ultimo anno, quando ci finivo dopo passeggiate senza meta e senza senso. Quando uscire di casa e vagare era un modo per non pensare, per non farmi prendere dallo sconforto. Quando lì ci finivo alla ricerca di risposte o forse di un segno.

Proprio li, con lo sguardo sul Tevere che si allungava verso San Pietro, ho capito che era finita, che era tempo di lasciarla. Si era spezzato qualcosa, Roma mi aveva deluso. Tutte le aspettative che avevo riposto su di lei erano svanite, mi aveva di colpo fatta sentire sola, indifesa. E io odiavo sentirmi così. Odiavo lei e il suo essere bella e vanitosa nei suoi tramonti migliori, anche quando io mi sentivo triste, persa, senza luce. Più io mi spegnevo più lei si prendeva gioco di me e dei miei giorni, mostrandomi da quel ponte l’angolatura più equilibrata e mai troppo vistosa di lei. La sua bellezza discreta mi teneva incollata a lei pur non riuscendo più ad amarla come una volta.

Alla fine ce l’ho fatta, con fatica ho messo tutto dentro un pò di pacchi e me ne sono andata, certa che fosse la cosa giusta. Gli ho detto “Ti amo ma non mi piaci più”. Ma i grandi amori non si dimenticano così facilmente.

So di aver lasciato molto di me nell’aria di questi due luoghi, mi dispiace solo di non essermi presa abbastanza. Perché poteva essere qualcosa di più, ma non lo è stato. Poteva darmi di più. Io stessa potevo avere più pazienza, essere più forte. Ma è andata così. Il destino mi ha portato altrove e io son destinata a sentirla ancora terribilmente dentro.

Dicono che gli amori sinceri meritano una seconda possibilità. Tu, Roma, non me l’hai ancora chiesta.

Pubblicato da

Trentenne, comunicatrice di natura, scrittrice per hobby e amante del mare. Una sarda con il sole negli occhi.

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