Dal “prete che vorrei” al prete che ho avuto: lettera a don Niola

 

Milano, 25 Novembre ’17

Era il 1998, avevo 10 anni e come tanti miei compagni di classe partecipai al concorso indetto dal Seminario Diocesano dal titolo “il prete che vorrei”. Non ero stata del tutto magnanima quella volta con lei caro don Niola, perché in quel tema facevo notare che sarebbe stato bello se anche noi femminucce fossimo state ammesse al servizio della messa. Erano le parole di una bambina le mie, che in maniera del tutto innocente notava delle differenze di genere e le condannava; parole che però non l’avevano lasciata indifferente. Così da lì a poco ci aveva radunato al suo altare, facendoci indossare le tante desiderate vesti da chierichette. Ricordo ancora le sue spiegazioni su come assistere alla messa, le raccomandazioni e il “battesimo” in questo ruolo fatto il giorno delle cresime, in presenza del Vescovo.

Carissimo don Niola, è così che voglio iniziare a parlare di lei, del mio parroco, quello che ho sempre avuto, da quando sono nata, quello che con gli anni ho imparato a conoscere meglio, che ho visto sempre lì, su quell’altare, a cercare le parole giuste da dire: nei giorni belli, come in quelli brutti. Quello che mi ha battezzata, che da bambina imitavo per spiegare come si dovesse ricevere l’ostia: “senza masticare come fa don Niola” dicevo! Quello con cui delle volte ho dovuto “negoziare” insieme al gruppo AC, per ottenere qualche permesso speciale in vista di messe animate con i bambini, Via Crucis o incontri di noi giovani, che ogni tanto le facevano drizzare i capelli. E’ sempre bastato parlarle, spiegarle le cose nel giusto modo! E anche se inizialmente qualcosa sembrava non convincerla e magari reagiva con un tono un po’ brusco, dopo poco era sempre lei a rivalutare le cose e a dire: “va bene, fatelo!”.

Il mio parroco è stato quello presente sempre, soprattutto in quei momenti di comunione semplici ma ricchi di confronto di idee e opinioni: nell’immancabile pranzo al salone parrocchiale dopo la Raccolta Alimentare natalizia, nelle cene dedicate alla Schola Cantorum, o a Corte durante i campi scuola, in cui il suo posto era sempre lo stesso, a capo tavola, con attorno i bambini più discoli di turno! Nelle gite dei chierichetti, nelle feste dell’Azione Cattolica, nell’incontro con le catechiste il sabato pomeriggio, senza dimenticare i festeggiamenti improvvisati dei suoi compleanni al salone, perché Teresa aveva sempre qualcosa di buono da tirare fuori. O ripensando alla festa per i suoi 50 anni di sacerdozio in cui era riuscito a coinvolgere davvero un paese intero. Come non posso non citare i suoi reportage fotografici fatti ad ogni occasione, perché lei ha sempre saputo dare ad ogni cosa che si faceva in parrocchia la giusta importanza e probabilmente voleva che tutto rimanesse indelebile: dall’arrivo di un simulacro, ad una semplice processione, dal passaggio di statue o reliquie, ai momenti più divertenti e di aggregazione. Chissà quante foto ha conservate nel suo archivio!

Il parroco di cui parlo è quello a cui voglio bene come se fosse un nonno, che mi fa piacere salutare ogni volta che torno in paese, da quando non posso più vivere la parrocchia come facevo da ragazzina. E ci tengo molto a raccontare di quel don Niola lì, che mi ha trasmesso un’idea di Chiesa non solo fatta di formalismi, dogmi o regole da seguire, ma fatta di porte aperte verso la crescita personale, prima che spirituale. Sono certa che è anche grazie a lei che per tanti anni la parrocchia è stata la mia seconda casa, dove ho creato le mie amicizie e ho ascoltato le sue non sempre concise omelie, che cercava di attualizzare, di adattare al nostro linguaggio.

Un amico una volta in una delle nostre riunioni AC ha osservato “se non fossi nato a Sindia forse non avrei mai avuto questa concezione della fede, non sarei cresciuto così come sono”. Ed è vero, lo sottoscrivo. Mi sento fortunata per aver vissuto una parrocchia attiva, bella, familiare, viva, questo perché lei ha saputo radunare attorno a sé piccoli e grandi, valorizzando ogni inclinazione personale, creando una macchina aggregativa degna di nota.

Carissimo don Niola ci tengo a farle dei ringraziamenti personali che so che esprimono il pensiero di tanti ragazzi come me, ormai diventati adulti, che porteranno sempre nel cuore questi anni insieme. Come i suoi complimenti fatti alla fine di ogni Via Crucis animata rivolti sempre “a Gabriele e a tutta l’equipe”, le sue facce perplesse ogni volta che qualcosa non le tornava e la sua espressione preferita: “Ad un certo momento non è una cosa possibile!” E’ vero, delle volte l’abbiamo fatta arrabbiare o non sapevamo come affrontarla se avevamo fatto qualche guaio, ma ci ha sempre perdonato e sostenuto, anche nelle idee più folli, per poi dirci ogni volta che con le nostre attività la facevamo sentire giovane. Grazie davvero per il suo operato, perché anche quando le forze hanno iniziato a mancarle e la sua gamba a zoppicare lei non ha mollato la presa.

Sarà strano quest’anno tornare per Natale e ritrovarla in un’altra veste, ma adesso inizia una nuova fase della sua vita in cui potrà dedicarsi a cose nuove o magari vecchie, che i suoi tanti impegni le hanno fatto mettere da parte in questi anni, e son felice di sapere che ci sarà sempre una porta alla quale venire a bussare anche solo per un saluto o quattro chiacchiere.

Mi dispiace non poter essere con lei in questo giorno importante così ho cercato di mettere in questa lettera, scritta da non troppo lontano, i pensieri che mi attraversano in questo momento, con nel cuore un profondo desiderio: di trovare presto l’uomo da presentare alla Madonna di Corte come mio marito e di averla con me a darmi la sua benedizione. Questo è il mio augurio.

Con affetto, simpatia e profonda riconoscenza,

Annalisa

Pubblicato da

Trentenne, comunicatrice di natura, scrittrice per hobby e amante del mare. Una sarda con il sole negli occhi.

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