“Il sorriso non lo perder mai, qualunque cosa ti accada”

In ricordo di Nadia

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Milano, 1 Marzo 2021

Mia cara,
un anno fa ero troppo arrabbiata, stordita, intorpidita dal dolore. Non capivo neanche perché fossi su quell’aereo che mi riportava a casa in una serata di inizio Marzo. Un anno fa non sapevo che sarebbe stato un anno impegnativo, di sacrifici. Sapevo solo che tu te ne n’eri andata, ti eri abbandonata alla volontà del destino.

A chi mi ha chiesto chi fosse venuta a mancare, ho detto “una zia”, perché questo eri per me, al di là dei rapporti di sangue. Ho detto che hai sempre fatto parte della mia famiglia, che tu per mia madre eri un’amica vera, per questo oggi la tua mancanza si sente forte. Ci manchi Na, a tutti noi. Anche perché eri una persona “rumorosa”, di quelle che non possono non lasciare un segno, una che con i suoi modi delle volte non andava proprio a genio a tutti. Sapevi sgomitare se serviva, alzare la voce, dire le cose nude e crude, senza preamboli o giri di parole. Eri così diretta, sfrontata, onesta.

Mi viene in mente quella volta che in giro per Roma, io e te, prima per chiese e poi per le vie dello shopping, ci siamo scattate una foto. Ridevamo entrambe, immortalate grazie al tuo immancabile bastone per i selfie. “Pubblicala dai! – mi hai detto – che siamo venute bene! Cosa ci scrivi?”.
Io ti ho guardato e dal cuore mi è venuta la citazione di quella canzone della Marrone che dice “Il sorriso non lo perder mai, qualunque cosa ti accada.”
Tu hai detto: “Sembra proprio scritta per me”! 

Poi quella sera, mentre mangiavamo patatine fritte sedute per via dei Fori Imperiali, godendoci quella pace serale di una Roma più lenta, hai riguardato la nostra foto dal tuo profilo Facebook e mi hai detto: “Guarda che vale pure per te! Lo so che tu sei una ragazza sensibile e ogni tanto il sorriso lo perdi, ma lasciatelo dire da una che ha affrontato davvero tante cose: non ne vale la pena! Non voglio farti l’elenco, le cose le sai. Ma una per tutte voglio ricordartela: il giorno del mio matrimonio, quello che solitamente è il giorno più bello della vita di una persona, ho capito che mia madre se ne stava andando. Infatti ci ha lasciato pochi giorni dopo. Sarei dovuta andare all’altare triste, incupita, ma a quel punto sapevo di averle dato tutto l’amore e le attenzioni che meritava e dovevo lasciarla andare. Così non l’ho fatto, ho cercato di godermi il nostro giorno. Lo dovevo a Francesco, ma soprattutto a me. E vogliamo parlare dell’infanzia di Matteo? Non ho fatto in tempo a gioire della sua nascita che già viaggiavo per ospedali! Ma sono qui, sono viva, e ci starò fintanto Lui vorrà.”

Ho ancora il magone a ripensare a quel momento. La vita con te non è stata molto gentile, eppure hai sempre avuto un’immensa, sconfinata voglia di vivere, di ridere, di goderti ogni momento. Tu eri consapevole che la strada avrebbe potuto essere breve, per questo hai voluto crescere un figlio che fosse pronto a tutto, anche a fare a meno di te. Ora però non è facile pensarti in quell’altrove. Non è facile perché una madre dovrebbe stare accanto al proprio figlio e una moglie con il proprio marito. Non è facile perché avevi ancora così tanto da dare a questo mondo e altrettanta gioia da vivere.

Il tuo funerale è stato un fiume in piena di sguardi, abbracci, strette di mano, lacrime. Per molti di noi è stato uno degli ultimi attimi di normalità e vicinanza fisica vera. Poi il Covid ci allontanato, rendendoci un pò meno umani. Siamo riusciti per un pelo a darti il saluto che meritavi.

So che mai mi avresti permesso di descriverti come “una santa”, sapevi di non essere simpatica a tutti, ma tu avevi imparato da un pezzo che le apparenze non servono, perché nelle azioni bisogna metterci il cuore. E tu il cuore ce l’avevi grande, anche quando venivi poco amata da qualcuno e ci riprovavi sempre a farti voler bene. No, non eri una santa, perché il dissenso lo sapevi urlare forte, quanto ti arrabbiavi delle volte! E non ci andavi mica leggera con le parole. Ma quanto sapevi essere sensibile delle altre.

Una volta son venuta con te a Cagliari all’ospedale Businco, mi aveva colpito il fatto che salutassi persone in ogni reparto e di qualsiasi ruolo, e tutti in maniera amicale. Tra quelle mura che la sventura ti aveva portato a conoscere fin troppo bene, ti eri creata una seconda famiglia. Avevi conosciuto tanti come te che lottavano contro il brutto male dei nostri tempi, erano per te amici di cui ci raccontavi. Per questo vedevo i tuoi occhi rabbuiarsi dopo ogni funerale di chi non ce l’aveva fatta a vincere la guerra. Funerali a cui non mancavi mai, anche se erano giornate nere, vissute con fatica. Era come salutare persone care per te, perché solo chi passa quel calvario sa quanti pensieri, incoraggiamenti, abbracci e sorrisi ci si scambino tra ore di terapie e attese dei verdetti. Conoscevi la storia di ognuno dei tuoi compagni di battaglia, spesso entravi nel cuore delle loro famiglie. So che tanti ti ricordano per quei tuoi gesti spontanei di vicinanza e sostegno. Perché tu sapevi esserci, sempre, soprattutto per i sofferenti, i malati oncologici come te e per chi ne aveva bisogno davvero. Tu ti sapevi mettere nei panni degli altri. Riuscivi ad avere un’attenzione per tutti e nelle tue trasferte ci mandavi foto e immagini sacre, perché ovunque andavi trovavi nuovi santi da venerare, preghiere da recitare, luoghi che diventavano “i tuoi luoghi”. Come Roma, una città che amavi e dove cercavi di tornare almeno una volta l’anno, in particolare per la tua promessa alla Divina Misericordia.
Una volta addirittura mi hai fatto fare tutta la scalinata di Santa Maria in Aracoeli solo per arrivare nella cappella dove c’è il Santo Bambino a cui molte donne si invocano col desiderio di diventare madri. Avevi promesso ad una ragazza giovane che ti stava tanto a cuore che saresti andata lì per lei. E di gesti così te ne ho visto fare mille.

Ad ogni compleanno, soprattutto negli ultimi anni, mi dicevi che speravi che Dio ti desse abbastanza tempo per la tua missione da compiere. Quale fosse, fino in fondo nessuno di noi lo sa, spero che ci sia riuscita. Anche se a volte ho come l’impressione che continui, in qualche modo, seguendo vie nuove che vanno oltre la tua presenza fisica.

“Il sorriso non lo perder mai” mi ripeto, mentre scrivo queste righe, anche se un broncio fisso resta qui sul mio viso e non riesco in nessun modo a cancellarlo. Quest’anno non è stato semplice per nessuno ed è volato via senza darci più il tempo di gioire per qualcosa. A volte mi sento come “svuotata”, senza forze, e dopo il lavoro mi avvio nella chiesa del Carmine qui a Milano che mi fa pensare a te. Perché di fronte a quel santo, Sant’Espedito, che mi hai fatto conoscere, dal nome strano, ma che è ormai diventato familiare, mi si riaprono pensieri positivi. Quelli che sapevi mettere in circolo tu, che eri una vera credente, certo con i tuoi mille difetti, ma eri una che sapeva mettere in pratica la vera essenza dell’amore di Dio, come fece il buon Samaritano. Tu che trovavi il modo di prenderti cura degli altri ogni giorno.

L’ho già detto che non eri una santa? Perché ti giuro che ti sento proprio qui, alle mie spalle, che ogni tanto mi dici: “Ricordati di dirlo!”.
No, non lo eri. O forse un po’ si.

Manchi Na., anche se son sicura che ora sarai in un posto bellissimo.

Annalisa

Pubblicato da

Trentenne, comunicatrice di natura, scrittrice per hobby e amante del mare. Una sarda con il sole negli occhi.

4 pensieri riguardo ““Il sorriso non lo perder mai, qualunque cosa ti accada”

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