I profumi di casa di nonna

I ricordi con il tempo sbiadiscono. Ho sempre paura di perderli. Ultimamente appunto frasi, sensazioni e pensieri. Sento l’esigenza di fermarli, i ricordi. Come ho fatto quest’estate, quando impensabilmente una quarantena solitaria mi ha fatto vivere il silenzio di casa di nonna. Certo trasformata e resa moderna, ma capace ancora di riportarmi alla mente episodi della mia infanzia, di anni ormai lontani e di un affetto caro e dolce della mia nonna paterna.
Perché ci sono luoghi che hanno il potere di risvegliarci cose che abbiamo tenuto dormienti per anni e pensavamo perdute. Ci sono luoghi che sono stati e resteranno sempre i nostri luoghi, anche a distanza di anni. Come la casa di Nonna Borica.

Maggio 2020

Entro a casa di nonna che è sera, per i prossimi 14 giorni vivrò qui, in isolamento.
“Ciao No!” mi viene da dire quando mi affaccio nella sua camera da letto. Penso che se fosse stata in vita ora l’avrei chiamata in un altro modo, un po’ più moderno, Nonna Icca per esempio, chissà se le sarebbe piaciuto!

Restavo spesso a passare la notte a casa di nonna, mi piaceva. D’improvviso realizzo che non dormo nel suo letto da esattamente 20 anni. Sembra strano ma sono davvero passati tutti questi anni da quando se n’è andata ed è strano arrivare qui, a casa sua, proprio poche settimane prima di questa ricorrenza. Guardo il suo grande letto di legno massiccio e cerco di ricordarmi da che parte dormissi quando rimanevo da lei. D’istinto scopro la parte sinistra, probabilmente era questa. Provo un senso strano e bello, mi sento a casa. Sento ancora la sua presenza e il profumo di casa di nonna. Si, ogni casa ha un suo profumo ed è quello che ci resta dentro. Mi aggiro per queste stanze vuote alla ricerca di qualcosa che non so ben descrivere.

A casa di mia nonna ogni stanza aveva un profumo o un odore.
Uno in particolare mi è sempre rimasto impresso: l’odore indescrivibile che sentivo nella sala da pranzo, forse dato da alcune sedie ricoperte di velluto. Lo stesso che continuo a sentire adesso che mi siedo a questo tavolo alla ricerca dei miei ricordi. Lo stesso che mi fa compagnia in questa solitudine.

Il cortile invece profumava di sapone di marsiglia, quello che lei usava per fare il bucato che poi appendeva nei fili sistemati da un estremo all’altro del giardino. A volte addirittura il sapone lo faceva lei con la cenere e assumeva un colore bluastro per via di un colorante che utilizzava per renderlo più guardabile.

“La cucina di dietro”, come la chiamava lei, era un vero e proprio laboratorio degno dei migliori panifici e pasticcerie e profumava sempre di pane appena sfornato. Oppure di pasta fresca impastata con cura, o di formaggio, o di qualche dolce. Profumava sempre di cose buone. 

Il piano superiore dove c’erano le camere da letto era un mondo a parte. La sua stanza odorava di legno, quello del suo letto massiccio. La camera dove dormiva un vecchio prozio, anche dopo la sua morte da bambina mi sembrava odorasse di vecchio. Poi c’era la mia camera preferita, quella di mia zia, che semplicemente profumava. Non so dire bene di cosa. Ma per me quella era la stanza più bella perché mi potevo sedere sullo sgabello davanti alla grande specchiera e iniziare a prendere in mano le sue boccettine di profumo o giocare a far finta di truccarmi. Tutt’oggi sogno di realizzare a casa mia un angolo trucco più o meno così. Aveva un unico difetto quella stanza, sul suo letto d’estate un copriletto rosso che se ti ci sedevi sopra ti pungevi le gambe! Vado a controllare, non c’è più, un po’ resto delusa.

Ma torniamo agli odori di questa casa, che è la casa dove ho vissuto gli anni della mia infanzia, fino alla prima media. La cucina sapeva sempre di un buonissimo sugo che credo nonna Icca facesse fresco ogni settimana. Perché a casa di mia nonna c’erano come dei riti. Cose che lei faceva sempre allo stesso modo. Delle abitudini che facevano di quella casa, casa sua. I suoi riti sono parte del racconto di lei.
Uno fra tutti l’abitudine di cucinare a cena gli spaghetti Barilla numero 3 conditi con il suo sugo. Ogni santo giorno, alla stessa ora. Mi ricordo che delle volte la sera, quando passavamo per un saluto, spesso la trovavamo alla vecchia bilancia a due braccia, ultimo segno della bottega che un tempo aveva, a pesare gli spaghetti per lei e mio zio. Solo gli ultimi anni qualche volta variava e faceva la pizza. Ma a me quella pizza sembrava sempre che profumasse di spaghetti al sugo! I suoi spaghetti! Non so se per caso utilizzasse lo stesso sugo, questo dubbio mi rimarrà sempre. So senz’altro che quel profumo non l’ho mai più sentito da nessun’altra parte. Come quello della sua pasta al forno carica di formaggio e con una piacevole crosticina. I suoi ravioli fatti a mano, uno per uno. Le patate fritte e messe a sgocciolare su una busta di carta o le bietole colte dall’orto, le torte che quando le chiedevo: “che torta è no?” lei mi rispondeva sempre “si chiama pappa e caglia” (“si chiama mangia e stai zitta”) perché non mi rivelava mai di cosa fosse fatta, la maggior parte delle volte era di ricotta. Si dice che ogni nonna abbia sempre un ingrediente segreto che rende ogni pasto più gustoso, non ci metterei la mano sul fuoco ma mi verrebbe da dire che per lei era senz’altro lo strutto (ma questa è un’altra storia!).

Ora che mi aggiro per queste stanze e dormo nel letto di nonna è tutto molto strano. Mi sarei dovuta trasferire da lei dopo quell’operazione, per aiutarla durante la convalescenza. Ma lei non tornò più a dormire qui, nel suo letto. Così è come se dopo venti anni sia qui a tener fede a quella promessa. Ora che non sono più quella bambina che nel lontano 2000 provava per la prima volta un dolore nuovo, un dolore che non era fisico. La prima volta che dovetti fare i conti con il dolore di una perdita.

 “Sono tornata nonna Icca! Sono qui, ma tu dove sei? Mi viene da cercarti e nel frattempo tra queste mura ancora trovo tracce di te.”

Mi piaceva dormire con nonna, d’inverno posizionava una grossa borsa dell’acqua calda ai nostri piedi e delle coperte pesanti e lenzuola candide. C’era un gioco che facevo sempre a letto con lei. Si arrabbiava, ma me lo faceva fare. Iniziavo dicendo “che barba, che noia, che noia, che barba” e imitando Sandra Mondaini, che faceva sempre questo sketch in tv quegli anni, iniziavo a muovere i piedi sollevando tutte le lenzuola. Quanto rideva nonna! Ma se esageravo mi diceva: “basta adesso, spegni che dormiamo!” E capivo che il gioco era finito.
Ora che mi rigiro in questo letto da sola a quel pensiero rido come una matta e subito dopo viene giù una lacrima carica di tenerezza. Si, mi faccio tenerezza da sola. Non credevo di avere così tanti ricordi. Ma da quando sto vivendo questa casa è come se lei mi parlasse. Come se mi dicesse: “Oh ma ti sei dimenticata di me? Guarda che abbiamo vissuto tutte queste cose qui!”

Sento un rumore mentre sono già a letto, penso sia una zanzara, accendo la luce e vedo una farfalla. Mia mamma mi ha sempre detto che una farfalla in casa porta bene e non bisogna mai cacciarla, una farfalla è come l’anima di qualcuno che viene a visitarti. I brividi mi attraversano, ma non mi sento più sola.

Se oggi penso a lei mi viene in mente nonna che mangia le ciliege. Lo so è buffo, tra le tante cose che abbiamo fatto insieme ricordare una scena tanto insignificante. Ma quella è stata l’ultima volta che l’ho vista in vita. Era felice, era il giorno prima dell’operazione che l’avrebbe finalmente fatta smettere di zoppicare. Aveva molti progetti per il dopo, tra cui raddoppiare i chili della farina da impastare per fare il pane! Eravamo andati a trovarla, ci aveva accolti sorridente, come era sempre lei e mangiando delle ciliegie che diceva esser buonissime. Ce le aveva invitate, io forse una l’avrei mangiata, ma erano poche e preferii lasciarle mangiare a lei. Non so se questa cosa me l’abbia insegnata qualcuno o se mi sia venuta spontanea. So solo che ancora oggi apprezzo chi ha poco e quel poco me lo offre, ma per ringraziarlo di tanto buon cuore penso sempre di lasciarglielo tutto. Ecco, a proposito di buon cuore. Nonna era una donna davvero di buon cuore.

Avevo 12 anni è vero quando se n’è andata, negli anni più maturi ho avuto modo di vivere di più la mia nonna materna, ma a nonna Borica non l’ho mai dimenticata. E non mi vergogno a dire che tutte le sere da 20 anni la ricordo nelle mie preghiere. E il “l’eterno riposa dona a nonna Signore” da 4 anni, da quando anche nonna Anna ci ha lasciato, è ormai diventano “l’eterno riposo dona alle mie nonne Signore”. Non faccio discriminazione con i nonni, ma uno non l’ho mai conosciuto, l’altro è morto che ero piccolissima, mi viene difficile proiettare una loro immagine, nella mia mente non esiste. È un gran rammarico però, mi sarebbe piaciuto avere dei nonni. Non so che tipo di rapporto si possa creare, non riesco a immaginarlo. Ecco, se potessi tornare indietro vorrei conoscere i miei nonni, vorrei sapere cosa si prova.

Pubblicato da

Trentenne, comunicatrice di natura, scrittrice per hobby e amante del mare. Una sarda con il sole negli occhi.

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