Le parole dei silenzi

C’erano una volta un ragazzo e una ragazza che vivevano in un paese piccolo piccolo in un qualsivoglia angolo del pianeta. Erano due come tanti, due fra tanti. I ricordi sbiaditi raccontano che un pò per noia, un pò per casualità diventarono amici. E come nelle migliori storie d’amicizia, il tutto successe dopo le prime antipatie gratuite reciproche e qualche litigio. Ma i due ragazzi col tempo avevano imparato a lasciar perdere la marea di difetti che inevitabilmente li caratterizzavano e ad apprezzarsi per quel lato buono che l’uno nascondeva e l’altra esibiva con un pò troppa disinvoltura. Erano amici, nella maniera più profonda del termine, perché avevano scoperto che per volersi bene bastasse essere semplicemente se stessi, senza il bisogno di indossare le vesti di qualcun’altro o senza per forza dire e fare sempre la cosa giusta. Anzi, solitamente facevano sempre la cosa più sbagliata in assoluto e ne erano consapevoli. Così i due amici ad un certo punto delle loro vite si erano resi conto di trovarsi sintonizzati sulla stessa lunghezza d’onda ad apprezzare le medesime vibrazioni musicali della vita, pur pensandola per molte cose esattamente in modo opposto. Era strano come due come loro potessero andare così d’accorso, molti si chiedevano cosa li potesse unire. Certamente una cosa: erano entrambi dei sognatori, ognuno a modo proprio e, non accontentandosi della realtà, cercavano sempre un modo per vederla un pò più bella di quel che era. Diversa. Il segreto del loro rapporto era basato soprattutto sul dialogo continuo: avrebbero passato giornate intere a parlare senza stancarsi di farlo. Parlavano di tutto e a volte di niente e quando finivano le parole si guardavano negli occhi e senza volerlo, pensavano entrambi le stesse cose. Per poi ridere del fatto che, a parole, avevano sempre la soluzione a tutto e niente sembrava potesse scalfirli ma la realtà era tutta un’altra storia. Quanto erano bravi a parlare!

I due amici col tempo avevano imparato a prendersi cura l’uno delle pene dell’altra, riuscendo sempre a cavarsela, in qualche modo. Per anni lui si era fidato di lei e lei aveva imparato che ci si poteva fidare di un uomo. Fino a quando un giorno una “pena” più grande delle precedenti e totalmente inaspettata li colpì entrambi nello stesso momento e finirono completamente al tappetto. Fecero giusto in tempo a sussurrarsi qualche promessa e subito dopo persero le parole. Lei disse “mi auguro che, comunque vada, nella mia vita ci sarai sempre”. Lui rispose, conscio dei sui difetti, che forse sarebbe sparito, “ma sarò bravo ad esserci quando ne avrai bisogno”.

Un istante dopo, caduti entrambi nel vortice di un improvviso silenzio, si dimenticarono ogni parola detta e accadde esattamente quel che lei, in tempi non sospetti, aveva immaginato: diventarono due sognatori persi, ognuno per i propri confini. Lui con dentro le consapevolezze di lei, lei con le sicurezze che le aveva regalato lui. Lui che guardava finalmente alla realtà e lei che cercava di fare un passo più al di là.

Non si sa bene che sogni portino ancora nel cuore i due ragazzi e quanti errori abbiano fatto nel frattempo, sicuramente qualche anno è passato e, a parte qualche monosillabo sporadico, il silenzio sembra essere diventato la loro via di comunicazione privilegiata. Forse hanno ormai dimenticato quel fiume di parole di cui erano capaci e non ci pensano più. Lui vive la sua vita e va avanti per la sua strada e i suoi progetti, come lei, che oggi, lontana chilometri da lui, per uno strano caso del destino, si ritrova immobile in una piazza cittadina semi deserta, davanti a delle parole che sembrano messe lì a ricordarle un vecchio patto di cuore. Non è tanto quella frase, neanche la casualità, ma la strana sensazione che dentro di lei si fa spazio e non la lascia indifferente. Pensa che probabilmente doveva andare tutto così, che la vita è fatta di fasi e non possiamo sempre portarci dietro ogni tassello, ma le persone a cui teniamo ce le portiamo dentro, e basta un nonnulla per ricordarcelo. E si sa, i patti di cuore, anche se fatti in momenti impensabili, tendono a restare nella memoria di chi li ha fatti come promemoria di un qualcosa che prima o poi dovrà accadere. E’ così, in una città ancora tutta da capire, un nome e un viso si fanno nitidi dentro di lei e pensa che probabilmente doveva andare tutto così, che gli anni passano soprattutto per insegnare qualcosa. Che le distanze a volte si trasformano in silenzi a cui ci abitua ma le mancanze prima o poi tornano a farsi sentire e vogliono farti pagare il conto. Che il bene, quello vero, forse ha la capacità di crescere nei silenzi, perché  a risentirlo dopo anni riaffiorare sembra ancora più intenso. Sarà che, se li ascolti, anche i silenzi hanno parole, raccolgono tutte quelle che abbiamo paura di pronunciare.

Così di getto le scrive, quelle parole, certa che forse è tardi e potrebbe non ricevere una risposta, ma in fondo quel che doveva perdere non l’ha già perso?

“Come stai? Io ci sono. Basta solo, se ti va, che tu rompa questo silenzio.”

Pubblicato da

Trentenne, comunicatrice di natura, scrittrice per hobby e amante del mare. Una sarda con il sole negli occhi.

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