Un anno in sala d’aspetto

Vi sembrerà strano che lo dica, ma ognuno di noi avrebbe bisogno di un anno, un giorno, un mese o almeno un’ora da passare in un angolo ad osservare le fragili dinamiche di una sala d’aspetto.

E’ vero che il verbo “aspettare” non ha un’accezione né negativa né positiva, ma aspettare davanti ad una porta che potrebbe risolvere il tuo problema è cosa ben diversa che aspettare un verdetto che non vorresti sentire. Aspettare la soluzione o il problema? Aprire quella porta è sempre un dilemma.

Io che l’ho provato e sono felice di averlo fatto, posso dire che stare in sala d’aspetto è un tipo di esperienza che può farti cambiare la visione che hai della tua vita e talvolta del mondo. Essere spettatori di quel viavai di persone e storie è un privilegio a cui inizialmente non si fa caso, il valore diventa chiaro solo dopo, a ripensarci. E ora che da un anno non lo vivo più, io ci ripenso e mi manca.

Mi manca quel mondo di sguardi alla ricerca di una soluzione alla loro salute malconcia, mi manca vedere la speranza di quegli occhi e la gratitudine di quelle mani. Mi manca la loro ricerca di conforto e spesso la preoccupazione che dopo la visita si scioglie in un sorriso. Mi manca quell’affetto dato dal “mal comune, mezzo gaudio” o dal “so perfettamente cosa si prova”. Mi mancano i lunghi silenzi pesanti di domande inespresse, perchè a volte si vorrebbe non sapere. Mi mancano le sensazioni belle nel vedere i loro progressi, settimana dopo settimana, e il sentirmi coinvolta dai loro battiti di gioia. Mi manca il dover nascondere una lacrima per cadere in un sorriso bisognevole, soprattutto quando la vita sembra crudele. Mi manca il mio sentirmi fortunata e ricca, anche se senza un euro in tasca. Mi manca quel mondo di volti che diventavano familiari per la loro sventura di essere incappati li, davanti a quella porta, ad aspettare, una soluzione o un verdetto.

Così, anche se è passato del tempo e i miei occhi non si posano più su quelle storie, stasera torno a casa con dentro di me la consapevolezza che da quel banchetto da segretaria inesperta abbia avuto il grande privilegio di vedere tanta sofferenza si, ma soprattutto una grande voglia di vivere. Perchè non è detta l’ultima parola, fino a quando non è l’ultima davvero.  E così, nel mio essere insoddisfatta del presente, della mia vita e dei miei pochi traguardi, mi sento stupida, dopo che in quello stretto corridoio invaso dai più differenti problemi di salute spesso molto seri, ho imparato l’importanza dello “stare bene” e me lo sono dimenticata.

Si, in questo mio correre senza mete e senza appigli, me l’ero dimenticata.

Stare bene. Vi sembra poco?

 

Pubblicato da

Trentenne, comunicatrice di natura, scrittrice per hobby e amante del mare. Una sarda con il sole negli occhi.

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