SINDIA: “Su ‘e Pitanu Aldos”, l’ultima bottega di una volta

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Per anni è sempre stato “Su ‘e Pitanu Aldos” ma per tutti ora è semplicemente “su ‘e Tia Pitana”. Parlo della vecchia bottega che ancora oggi sorge a Sindia, a pochi metri dalla strada principale del paese gestita da zia Pitana, ma aperta più di 60 anni fa, da suo padre Sebastiano Ardus.

Il piccolo negozio richiama ancora quel sapore antico “de sa buttega”, come veniva chiamata in passato, dove era possibile trovare di tutto, dai prodotti alimentari, alle stoffe, un po’ merceria, un po’ alimentari, fino agli articoli da regalo molto richiesti soprattutto nell’avvicendarsi dei matrimoni. Ancora oggi le sue caratteristiche peculiari sono rimaste immutate e il sorriso caloroso di zia Pitana continua ad accogliere i clienti che non avendo troppa fretta passano nel piccolo negozio a fare acquisti e si fermano a scambiare due parole. Ormai inserita nell’elenco dei negozi storici della Sardegna, sa buttega di zia Pitana ti fa fare un tuffo nel passato tra quei grossi contenitori di plastica carichi di caramelle all’anice e cioccolatini e quella bilancia che di tecnologico non ha proprio nulla ma funziona ancora alla perfezione, è li che capisci che tra quelle mura il tempo è passato solo per scrivere storie da raccontare.

Un tempo era tutta la famiglia Ardus, le figlie in particolare, ad occuparsi di commercio. In un periodo in cui si contavano numerosi negozi simili per tutto il paese e non ci si preoccupava di certo della concorrenza, Maria e Borica ne avevano aperto uno ciascuna a poca distanza l’una dall’altra, “in sal fulcas”. Metrina invece si era spostata in città, a Cagliari, dove aveva aperto la sua merceria, ancora esistente. A Pitana e Nina era toccato il compito di portare avanti il negozio aperto dal padre e per diversi anni avevano affiancato a questa attività anche una lavasecco. Donne di una volta, lavoratrici e padrone di casa impeccabili, ma più di tutto con l’indole per il commercio, inclinazione che sembra essere svanita nelle nuove generazioni e che solo zia Pitana continua a portare avanti: 80 anni superati da qualche anno, una vita di lavoro e sacrifici e la passione per un lavoro che di questi tempi diventa sempre più complicato ma che continua a essere la sua ragione di vita.

Con gli occhi ancora vividi e la mente lucida, zia Pitana mi racconta di quando fare il commerciante era diverso, quando vendere significava non solo dare un prodotto in cambio di denaro, ma andare incontro alle persone e non far mancare mai niente a nessuno. Allora, come dice lei, alludendo ad un passato di tanti anni fa, era diffusa l’esigenza di andare a comprare “a deppidu”, chiedendo un credito che sarebbe stato pagato appena possibile. In molti possedevano un libretto dove venivano segnati gli acquisti fatti e poi saldati a fine mese o una volta ritirata la pensione. Ricorda bene zia Pitana le volte in cui venivano in negozio delle mamme che chiedevano un po’ di farina per poter fare almeno “un’infurrada e pane po sos piseddoso” (un po’ di pane per i bambini) perché quelli erano tempi duri davvero, niente a che vedere con la crisi che viviamo noi oggi.

Parliamo degli anni ’50 in cui il vero problema era riuscire a mettere qualcosa sulla tavola giorno per giorno, non ci si preoccupava del domani e si viveva prevalentemente del lavoro delle campagne. Allora andare a fare la spesa significava comprare quei due, tre prodotti utili a cucinare un pranzo o una cena, non esistevano di certo le dispense con le riserve sempre pronte all’uso. Era il tempo della lira, in cui con 50 lire ti compravi un po’ di concentrato di pomodoro sfuso che, racconta zia, veniva messo in un fazzoletto e a volte i bambini erano tentati a mangiarlo nel tragitto verso casa. Era il tempo in cui ogni bene veniva centellinato e le cose avevano più valore, il cibo in modo particolare. Quasi tutto veniva venduto sfuso: caffè, zucchero e farina, ma anche la pasta. Zia Pitana ricorda come gli spaghetti venissero avvolti nella carta di paglia e poi portati sotto braccio dalla donne sindiesi, un po’ come le baguette francesi. L’arnese fondamentale in quel tempo per un commerciante era proprio la bilancia a due braccia e i suoi tanti pesi, che una volta all’anno doveva essere sottoposta ad un controllo da parte del comune. Senza di questa non era possibile lavorare.

Se invece credevate che l’orario continuato fosse un’invenzione moderna vi sbagliate, perché il negozio degli Ardus restava aperto sempre, anche di domenica. E all’ora di pranzo le sorelle facevano a turno perché sa buttega rimanesse aperta a chi, anche all’ultimo momento, avesse bisogno di qualcosa. La normalità era questa e nessuno indugiava a bussare a casa pure se tardi, per poter avere un po’ di ceci o di caffè tostato. O se sfortunatamente veniva a mancare un compaesano, venivano svegliati anche all’alba, per dare i lumi o le candele per la veglia funebre. Ma questo accade ancora oggi, molti dicono infatti che zia Pitana sia, dopo il sacerdote, una delle prime a sapere chi sia venuto a mancare nel paese.

Alla domanda su cosa sia cambiato tra ieri e oggi la zia non indugia a rispondermi: “Tutto!”. Racconta come la sua bottega si sia dovuta adattare a nuove norme igenico-sanitarie, che i conti ormai si facciano nel registratore di cassa, che ci siano molti più controlli, ma soprattutto che i prodotti arrivino ormai tutti quanti direttamente in negozio. Ricorda infatti che quanto servivano degli articoli da regalo da rivendere bisognava andare personalmente a sceglierli in negozi all’ingrosso. Era Maria, la sorella più grande, a fare la spola tra Sindia e Cagliari per comprarli. “Aveva una tasca nel reggiseno perché si portava dietro tanti soldi e noi sorelle andavamo a prenderla alla stazione per aiutarla con le valige ma non ho mai capito come facesse a trascinarle!” dice zia Pitana.

La Zia è consapevole che dal lato tecnico tutto sia migliorato negli anni, ma con rammarico dice: “Prima la clientela era più affettuosa, c’era un rapporto più confidenziale e sincero, ora è più distante, vanno tutti di fretta, ma fortunatamente almeno per qualcuno c’è sempre tempo per qualche confidenza” afferma con un sorriso.

Saluto zia Pitana, la ringrazio per avermi raccontato la sua storia certa che la sua sia una vera passione. Do un ultimo sguardo a questo piccolo mondo che sembra essersi fermato decine di anni fa e sento che sia davvero tutta la sua vita, me lo ribadisce lei stessa dicendo “mi piace il contatto con la gente, sono portata a fare questo, se mi mancasse starei male, non mi vedo a fare altro”. Non le chiedo se ha mai pensato di chiudere il negozio per godersi un po’ di riposo, non ci riesco perchè leggo nei suoi occhi qualcosa che a che fare con un “mandato a vita” oltre a quella speranza che un giorno, magari qualcuno della famiglia, possa prendere in mano la bottega e portare avanti la tradizione degli Ardus. Ma rimango ancora più sorpresa mentre sto per andar via: arriva qualcuno che è di certo più pungente di me e alludendo alla chiusura definitiva della vecchia bottega prova a chiederle: “Cando serradese Tia Pità?” (Quando chiudete zia Pità?), e lei risponde senza indugio: “A sa una, comente sempre!” (All’una, come sempre).

Annalisa Daga

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Pubblicato da

Trentenne, comunicatrice di natura, scrittrice per hobby e amante del mare. Una sarda con il sole negli occhi.

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